La geolocalizzazione per gli edifici abbandonati: [im]possible living

Scritto da il 27 giugno 2012 Stampa


Oggi vogliamo raccontarvi il coraggio e l’ambizione di due ragazzi che stanno lavorando a un progetto davvero molto innovativo: [im]possible living.

Roberto: Ciao Daniela! Puoi spiegare ai lettori dell’Osservatorio chi sei e di cosa ti occupi?

Daniela: Sono Daniela Galvani, Architetto, ho 30 anni e da un anno e mezzo lavoro, insieme ad Andrea Sesta, ingegnere informatico e gestionale, alla creazione di questo progetto: [im]possible living.

All’università ho studiato architettura sostenibile e quando mi sono laureata ho deciso di lavorare su questo tema. Ho lavorato a Vienna in uno studio di architettura che fa sostenibilità da vent’anni, il che significa pannelli fotovoltaici, pannelli solari, geotermico, in generale avere attenzione per quel che riguarda nuove costruzioni con un basso impatto ambientale. Quello di cui mi sono resa conto dopo 4 o 5 anni è che la sostenibilità non è più sufficiente. Non basta stare attenti a mantenere un basso impatto ambientale, oggi la vera chiave è riutilizzare quello che c’è già con una importante componente, l’innovazione sociale: dedicarsi al recupero del vecchio, mantenendo la memoria dei luoghi e contemporaneamente investendo su servizi innovativi.

R: [im]possible living: cosa c’è dietro questo nome accattivante?  

D: [im]possible living è un sito web dedicato agli edifici abbandonati di tutto il mondo. Fornisce servizi alle persone che, su scala locale, cercano di sollevare, discutere ed innescare processi di riqualificazione degli edifici inutilizzati.

La missione (molto ambiziosa!) è di ridare vita agli edifici abbandonati in tutto il mondo, attraverso un modo innovativo, generando un network globale, un servizio crowdsourced dove ognuno può dare il proprio contributo, e arrivare a pensare soluzioni nuove per risolvere il problema dell’abbandono.

L’idea è nata nel novembre 2010. Il mio socio Andrea ed io stavamo guardando un video di un sindaco lombardo che raccontava di aver impedito la costruzione di nuove aree nel suo comune per favorire il riuso di quello che c’era già: ci si è accesa la lampadina.

In due giorni è nato il nome, il logo e un blog: da lì in poi c’è stato un lavoro enorme per arrivare a capire come trasformare l’idea di “mappare tutti gli edifici abbandonati del mondo” in un servizio, per capire come dalla mappatura si potesse passare alla fase successiva, ovvero la generazione di idee e la messa in atto di un progetto di riqualificazione.

Il nostro punto di partenza è stato quello di constatare che esistono moltissimi individui che si impegnano in progetti di questo tipo, mappando aree più o meno grandi, aggregando community e coinvolgendo enti pubblici e privati. Ogni realtà locale ha un suo sito, una sua community, che devono essere realizzati e promossi: tutto questo lavoro richiede tempo e capacità che non tutti hanno, oltre a rendere il mondo dell’abbandono una realtà molto destrutturata, che non riesce “a fare sistema”.

Da tutte queste considerazioni è nato impossibleliving.com. Le funzionalità che abbiamo messo a disposizione sinora rappresentano il cuore essenziale del servizio, ma il prodotto che abbiamo in mente è molto più articolato: gli utenti, in futuro, potranno contribuire in modalità wiki alla costruzione delle schede, aggiungere nuove proposte, aggregarsi in gruppi di lavoro, attingere a una knowledge base che possa guidare le scelte dei modelli architettonico-gestionali nelle prime fasi di progetto, connettersi ad un network di professionisti, il supporto di altre lingue oltre all’inglese e molto altro ancora.

Vogliamo essere degli enabler ed eliminare gli scogli che possono ostacolare la realizzazione di progetti di riqualificazione durante l’intero ciclo di vita del progetto, dalla mappatura fino alla costruzione. E’ un obiettivo ambizioso, ma ci crediamo molto e stiamo investendo tutto su questo sogno!

R: Avete creato anche un’app: ce la descrivi? Perché le persone dovrebbero usarla?

D: Abbiamo creato un’app iPhone (Android sarà disponibile a breve) per segnalare istantaneamente un nuovo edificio abbandonato. Una volta accesa, l’applicazione permette di scattare/scegliere dalla libreria una foto dell’edificio, aggiungere le informazioni essenziali e fornisce in automatico i dati geografici associati alla posizione (via, città, ecc.), consentendo all’utente di modificarli qualora non fossero corretti.

Ogni giorno mentre camminiamo per strada, mentre andiamo al lavoro o mentre siamo in vacanza ci imbattiamo in numerosi edifici abbandonati: sono sicura che tutti voi ne potete ricordare almeno uno o due davanti ai quali passate abitualmente!

Ognuno di noi per un secondo si ferma e si chiede perché quel posto è lasciato in quello stato, perché nessuno fa niente… ecco, da oggi si può fare qualcosa di più, si può segnalare questo luogo e magari contribuire a costruire una piccola community interessata al suo recupero!

R: Quindi l’aspetto della geolocalizzazione è fondamentale, nel vostro progetto… 

D: Sì certo, per noi la geolocalizzazione è un aspetto fondamentale.

Oggi gli edifici abbandonati di tutto il mondo rappresentano un capitale morto proprio perché nessuno sa dove si trovano: non esiste un catalogo mondiale di questi luoghi, a parte rarissimi casi la conoscenza di questi edifici si ferma al contesto locale. Pensate al caso di Daniele Kihlgren e Santo Stefano di Sessanio, il villaggio abbandonato in Abruzzo che lui ha riqualificato perché vi si è casualmente imbattuto durante un viaggio in motocicletta! Quanti Daniele Kihlgren esistono al mondo? E quanti non incontrano il luogo dei propri sogni?

Noi vogliamo che tutti i luoghi siano visibili a tutte le persone nel mondo, perché è incalcolabile il numero di opportunità che si possono generare: economiche, professionali, creative, di qualunque genere!

R: Raccontaci le difficoltà che si incontrano nel momento in cui si vuole realizzare un progetto come [im]possible living.

D: Uno dei problemi principali che abbiamo avuto è sicuramente legato al fatto di non avere informazioni, di aver dovuto costruire una conoscenza su un mercato che non esiste, il cui perimetro inizia online e sfocia nel mercato delle costruzioni, uno dei più complessi e difficili da gestire per piccoli soggetti.

Oggi abbiamo una certa conoscenza del contesto all’interno del quale operiamo e possiamo finalmente lanciare alcuni esperimenti per testare dei possibili modelli di business.

Un altro enorme problema è stato quello di spiegare [im]possible living durante tutto questo tempo, soprattutto all’inizio quando l’idea era ancora in incubazione e non avevamo ancora trovato le parole giuste per esprimere le nostre riflessioni. Ci siamo sentiti spesso presi poco sul serio, ma per fortuna ci sono sempre state molte persone che hanno creduto in noi fin dal principio!

R: Come divulgherete il vostro servizio?

D: Abbiamo avuto molto visibilità in questi primi mesi, il tema sta diventando sempre più presente anche tra l’opinione pubblica. Tutti i giorni riceviamo mail di persone che vogliono far partire dei progetti e ora stiamo lavorando ad una serie di casi pilota: se questi progetti saranno di successo siamo sicuri che non avremo problemi a trovare altre persone, a diffondere l’esistenza di questo servizio. Il web in questo senso premia i progetti che riescono a risolvere i grandi problemi della nostra società!

R: Ci racconti che cosa succederà sabato 30 giugno a Bologna?

D: Sabato 30 giugno alle ore 14:00 ci troveremo a Bologna per condividere una giornata insieme in bicicletta, osservando la città in un modo nuovo, attivandoci per trovare una soluzione al problema degli edifici abbandonati della città.

Il tour è organizzato in collaborazione con Ciclostile Architettura, studio di architettura specializzato in rigenerazione urbana e Hubbol, gruppo di potenziali fondatori del nuovo Hub, spazio di coworking e incubazione per l’innovazione sociale. L’idea è quella di riuscire a coinvolgere i cittadini facendoli contribuire alla mappatura degli edifici abbandonati inserendo Bologna in un contesto internazionale sul tema.

La missione: troviamo una casa per Hubbol. Uno spazio grande, usabile, accessibile, integrato nel tessuto urbano e prossimo ad altre funzioni vitali: un mercato, una strada, uno spazio attraversato dalle energie della città e pronto a coglierle e trasformarle in innovazione per tutti. Ognuno di noi potrà rendersi conto, girando in bicicletta, durante quel sabato pomeriggio, che ci sono moltissimi “nuovi” edifici davanti ai quali siamo passati infinite volte, e come oggetti “trasparenti” mai ce ne siamo accorti. L’energia di tutti permetterà di creare una mappatura, non solo degli edifici, ma anche delle sensazioni, dei problemi, delle questioni legate a quel luogo. L’idea è che insieme potremo coinvolgere passanti, vicini di casa, abitanti cercando di trovare risposte a quelle domande che tantissimi di noi si sono posti. Perché questo edificio è abbandonato? Chi è il proprietario? Perchè non è mai stato fatto nulla? E’ in vendita?

R: Concediti un sogno ad occhi aperti: come vedi [im]possible living tra 3 anni? 

D: La bellezza di questo progetto-lavoro è che è sempre in continua evoluzione, che cresce insieme a noi, e si modifica, sviluppando delle modalità che mai avresti pensato prima.

Quello che ci siamo resi conto è che [im]possible living non è solo un progetto per trovare soluzioni per riqualificare luoghi abbandonati, è proprio un modo innovativo, nuovo, che prima non esisteva, per risolvere un’esigenza. Stiamo, indirettamente, cercando di creare un nuovo ecosistema che non si basi sui vecchi tradizionali modi di vivere e lavorare, ma che generi un nuovo concept di crescita, basato sulla condivisione, sulla creatività, sull’innovazione sociale.

Il mio sogno è che tra 3 anni [im]possible living non sia solo un nostro sogno, ma che sia una realtà per tutti noi.

Foto di Max Jackson

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